Il corpo può adattare il movimento quando una zona partecipa meno. Capire compensi, mobilità e tensioni aiuta a scegliere un lavoro più coerente con la persona.
“Mi fa male qui.” È quasi sempre da questa frase che parte il racconto di una persona che arriva nel mio Studio. Un dito indica la zona lombare, una spalla, il collo, un ginocchio. Ed è perfettamente naturale pensare che se il dolore è lì, il problema debba essere lì. Ma il corpo umano è un sistema
Cosa significa quando diciamo che il corpo compensa?
Il nostro corpo cerca continuamente di permetterci di fare ciò che gli chiediamo. Camminare, piegarci, sollevare qualcosa, girarci, lavorare, correre. Se una parte del sistema non riesce a partecipare adeguatamente a un movimento, molto spesso il corpo non si ferma. Trova un'altra strada. Il compenso non è necessariamente un errore Questo è un concetto importante. Tendiamo a parlare dei compensi come se fossero qualcosa di negativo da eliminare. In realtà compensare è una capacità fondamentale del nostro organismo. Se una zona perde temporaneamente mobilità, altre parti possono aumentare il proprio contributo per permetterci comunque di svolgere un movimento. Il problema può nascere quando questa soluzione temporanea diventa abituale. Una parte del corpo comincia a lavorare continuamente più di quanto dovrebbe, mentre un'altra parte partecipa sempre meno. Ed è possibile che, prima o poi, sia proprio la zona che sta compensando a manifestare un sintomo.
Dove sentiamo dolore e dove dobbiamo guardare
Facciamo un esempio molto semplice. Una persona arriva lamentando dolore lombare. La tentazione sarebbe concentrare immediatamente tutto il lavoro sulla zona lombare. Allungare la schiena. Mobilizzarla. Rinforzarla. Ma cosa succede se quella zona lombare è già la parte del corpo che si muove troppo?
Il problema potrebbe trovarsi altrove
Potremmo osservare, per esempio, una ridotta mobilità delle anche. Oppure una zona toracica particolarmente rigida. Quando la persona deve eseguire determinati movimenti, il corpo deve comunque trovare una soluzione. E così può chiedere alla colonna lombare un movimento maggiore per compensare quello che manca altrove. A quel punto continuare a mobilizzare la zona dolorante potrebbe non essere ciò di cui quella persona ha bisogno. Il sintomo è lombare. Ma il ragionamento deve essere globale.
Il caso della cervicale: guardare oltre il collo
Lo stesso principio vale per la zona cervicale. Quando qualcuno arriva con tensione al collo, frequentemente tutta l'attenzione viene concentrata sui muscoli cervicali. Eppure durante la valutazione possiamo trovare elementi molto diversi. Una ridotta mobilità della colonna toracica. Una respirazione prevalentemente alta. Tensioni della mandibola. Una posizione delle spalle mantenuta per molte ore durante la giornata. Una scarsa mobilità del diaframma.
Massaggiare il punto dolorante non significa aver trovato la causa
Un trattamento locale può certamente dare sollievo. Ma se continuiamo a intervenire soltanto dove compare il sintomo senza chiederci perché quella zona sia continuamente sovraccaricata, rischiamo di inseguire il problema senza modificarne le condizioni che lo favoriscono. Ed è anche per questo che alcune persone raccontano: “Dopo il trattamento sto meglio, ma dopo qualche giorno il dolore ritorna.” Il sintomo è stato temporaneamente modificato. L'organizzazione del movimento, forse, no.
Anche il ginocchio può raccontarci qualcosa che accade altrove
Pensiamo ora al ginocchio. Durante un piegamento, una camminata o la salita di una scala, il ginocchio non lavora isolatamente. Il movimento dipende anche da: piede e caviglia; controllo dell'anca; mobilità dell'anca; organizzazione del bacino; capacità di gestire il carico. Se uno di questi elementi cambia, il ginocchio può trovarsi a gestire forze differenti. Questo non significa che ogni dolore al ginocchio provenga dall'anca o dal piede. Significa qualcosa di molto più importante: prima di decidere cosa allenare dobbiamo osservare l'intero movimento.
Per questo non parto mai dall'esercizio
Quando una persona arriva al Pilates Fitness Studio con un problema, il mio primo pensiero non è: “Quale esercizio di Pilates posso farle fare?” La domanda è un'altra: “Perché questo corpo si sta organizzando in questo modo?” Ed è qui che entrano in gioco osservazione e valutazione funzionale. Guardare la persona in piedi non basta La postura statica può darci informazioni interessanti, ma da sola racconta solo una parte della storia. Per questo osserviamo anche il movimento e, quando necessario, utilizziamo test chinesiologici e funzionali. Possiamo valutare mobilità, differenze tra i due lati, strategie motorie, tensioni dominanti e il comportamento delle diverse catene muscolari. Non per cercare una fantomatica postura perfetta. Ma per formulare delle ipotesi e capire dove sia più utile intervenire.

Catene muscolari: il corpo non lavora a pezzi
Un altro errore frequente è immaginare il corpo come una collezione di singoli muscoli. Il quadricipite. Gli addominali. I glutei. I dorsali. Nella realtà del movimento, però, questi elementi lavorano continuamente insieme. Una tensione può modificare l'intero sistema Una limitazione in una determinata area può influenzare strutture anche relativamente lontane. Per questo nel nostro lavoro cerchiamo di individuare le tensioni muscolari dominanti e le limitazioni realmente significative, invece di rinforzare automaticamente la zona che appare più debole. E qui arriviamo a uno dei principi fondamentali del nostro metodo.
Prima togliere ciò che limita, poi aggiungere forza
Immaginiamo un corpo che da anni utilizza una determinata strategia compensatoria. Alcune strutture lavorano continuamente. Altre partecipano meno. Ci sono rigidità e tensioni consolidate. La risposta più immediata potrebbe essere: “Dobbiamo rinforzare.” Io preferisco chiedermi prima: “C'è qualcosa che impedisce a questo corpo di muoversi diversamente?”
Allentare le tensioni può cambiare il movimento
Quando individuiamo una tensione dominante, possiamo utilizzare strategie differenti per ridurla. Mobilizzazioni. Lavoro miofasciale. Allungamenti specifici. Tecniche PNF o MET quando appropriate. Reformer, Tower, Redcord o altri strumenti possono diventare estremamente utili. Ma ancora una volta: non è lo strumento a decidere il lavoro. È ciò che abbiamo osservato nella persona a determinare quale strumento utilizzare. Una volta ridotte alcune limitazioni, rivalutiamo il movimento. Ed è sorprendente osservare quanto, in alcuni casi, il corpo possa modificare spontaneamente la propria organizzazione senza che nessuno gli abbia ordinato di “stare più dritto”.
Non correggere il corpo: creare le condizioni perché cambi
Questo è probabilmente il concetto che meglio descrive il nostro modo di lavorare. Non cerchiamo di imporre al corpo una posizione ideale. Cerchiamo di capire cosa gli impedisce di trovare una soluzione migliore. È una differenza enorme. Dire a una persona con le spalle anteriorizzate: “Porta indietro le spalle” produce una correzione volontaria. Individuare e modificare alcune delle condizioni che contribuiscono a quell'atteggiamento può invece permettere al corpo di assumere spontaneamente una posizione differente. Non stiamo combattendo contro il compenso. Stiamo cercando di comprenderne la ragione.
E allora quando arriva il rinforzo?
Arriva. Ed è fondamentale. Ma arriva dopo. Quando abbiamo recuperato sufficiente mobilità e ridotto le tensioni che limitavano il movimento, possiamo iniziare a consolidare la nuova possibilità attraverso il controllo motorio e progressivamente attraverso la forza. È qui che il Pilates può diventare uno strumento straordinario.
Il Pilates come mezzo per costruire nuove possibilità
Reformer e Tower permettono di modulare resistenze, assistenza, direzioni e ampiezze di movimento. Possiamo accompagnare inizialmente il corpo verso un movimento che fatica a organizzare e, progressivamente, renderlo più autonomo. Il Pilates entra quindi nel percorso non perché “il Pilates corregge”, ma perché offre moltissime possibilità per costruire un esercizio coerente con ciò che abbiamo osservato. È esattamente la differenza tra applicare un metodo alla persona e utilizzare il metodo per la persona.

Il sintomo è importante, ma la persona viene prima
Tutto questo non significa ignorare il punto dolorante. Al contrario. Il dolore va ascoltato e, quando necessario, deve essere valutato dalle figure sanitarie competenti. Il chinesiologo non formula diagnosi mediche e non tratta patologie. Deve però possedere le competenze necessarie per riconoscere quando una situazione non appartiene al proprio ambito professionale e indirizzare la persona al medico o al fisioterapista. Quando invece possiamo lavorare attraverso l'esercizio, il nostro compito è evitare di ridurre una persona alla parte del corpo che le fa male. Perché davanti a noi non abbiamo una lombare, una cervicale o un ginocchio. Abbiamo una persona che si muove attraverso un sistema complesso e interconnesso.
Pilates Fitness Studio: osservare prima di intervenire
È per questo che nel nostro Studio il percorso non nasce da un protocollo prestabilito. Partiamo dall'ascolto. Osserviamo. Valutiamo il movimento. Cerchiamo le tensioni dominanti e le strategie di compenso. Riduciamo, quando necessario, ciò che limita il sistema. E soltanto dopo costruiamo progressivamente mobilità, controllo e forza. Il Pilates può essere uno degli strumenti principali di questo percorso, ma non deve diventare una gabbia metodologica.
Non dobbiamo trovare un esercizio Pilates per ogni problema.
Dobbiamo capire la persona e utilizzare gli strumenti più adatti per aiutarla. Perché molto spesso il corpo non ha bisogno che gli diciamo dove deve stare. Ha bisogno che rimuoviamo alcuni degli ostacoli che gli impediscono di trovare da solo un equilibrio migliore.
Vuoi capire quale percorso è più adatto a te?
Ogni persona parte da una situazione diversa. Una valutazione iniziale aiuta a orientare il percorso più adatto tra Pilates, piccoli gruppi e sedute individuali.
Prenota una valutazione
Articolo a cura di Stefano Garulli
Chinesiologo, laureato in Scienze Motorie e fondatore di Pilates Fitness Studio Parma. Si occupa di Pilates, postura, movimento e percorsi personalizzati.
Scopri il profilo di Stefano


