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un esercizio non è giusto o sbagliato in assoluto. È giusto o sbagliato rispetto alla persona che lo sta eseguendo, al momento in cui lo sta facendo e all’obiettivo che vogliamo raggiungere.

un esercizio non è giusto o sbagliato in assoluto. È giusto o sbagliato rispetto alla persona che lo sta eseguendo, al momento in cui lo sta facendo e all’obiettivo che vogliamo raggiungere.

Qual è il miglior esercizio per il mal di schiena? Qual è il miglior esercizio per migliorare la postura? Meglio il plank o gli addominali? Quale esercizio devo fare per rinforzare i glutei? Sono domande che mi vengono rivolte continuamente. E quasi sempre la mia risposta rischia inizialmente di essere un po’ deludente: dipende. Non perché voglia evitare di rispondere, ma perché dopo tanti anni trascorsi a lavorare con le persone ho imparato una cosa fondamentale: un esercizio non è giusto o sbagliato in assoluto. È giusto o sbagliato rispetto alla persona che lo sta eseguendo, al momento in cui lo sta facendo e all’obiettivo che vogliamo raggiungere. Ed è probabilmente uno dei concetti più importanti per comprendere il nostro modo di lavorare.

Abbiamo trasformato gli esercizi in medicine

Nel mondo del fitness e, sempre più spesso, sui social, gli esercizi vengono presentati quasi come fossero farmaci. “Hai mal di schiena? Fai questi tre esercizi.” “Hai le spalle chiuse? Fai questo.” “Hai dolore cervicale? Prova questa sequenza.” “Hai una postura scorretta? Bastano cinque minuti al giorno.” Il meccanismo è molto seducente perché semplifica qualcosa di estremamente complesso. C’è un problema. E c’è un esercizio che lo risolve. Ma il corpo umano non funziona così. Lo stesso sintomo può avere storie completamente diverse Prendiamo dieci persone che lamentano fastidio lombare. Il dolore è apparentemente nello stesso punto. Eppure potremmo trovarci davanti a dieci persone completamente differenti. Una presenta una forte rigidità delle anche. Un’altra una scarsa mobilità toracica. Un’altra ancora ha semplicemente aumentato troppo rapidamente il proprio carico di allenamento. Una persona ha paura di piegarsi. Un’altra si piega continuamente senza alcuna difficoltà. Una è sedentaria. Un’altra corre quattro volte alla settimana. Come potremmo pensare che lo stesso esercizio rappresenti la risposta per tutte?

Un esercizio è soltanto uno stimolo

Questo è il modo in cui preferisco considerarlo. Un esercizio non è una cura. È uno stimolo che proponiamo all’organismo. Può chiedere forza. Mobilità. Controllo. Coordinazione. Equilibrio. Resistenza. Può essere molto semplice oppure estremamente complesso. Ma il suo valore dipende da perché lo stiamo utilizzando. Lo stesso esercizio può essere perfetto per una persona e inutile per un’altra Pensiamo allo squat. È uno straordinario schema di movimento e può essere utilizzato in moltissimi programmi. Ma quale squat? Quanto profondo? Con quale carico? Con quale velocità? Con quale posizione dei piedi? Con quale obiettivo? Per una persona potrei utilizzare inizialmente una sedia per facilitare il gesto. Per un’altra potrei aggiungere un carico importante. Per un’altra ancora potrei decidere che in quel momento non è affatto l’esercizio più interessante. L’esercizio si chiama sempre squat. Ciò che cambia completamente è il motivo per cui lo utilizziamo.

Non è l’esercizio a essere funzionale

La parola “funzionale” viene utilizzata moltissimo. Allenamento funzionale. Esercizio funzionale. Movimento funzionale. Ma funzionale a cosa? Un esercizio non diventa funzionale perché viene eseguito in piedi, su una superficie instabile o utilizzando un elastico. È funzionale quando serve a uno scopo Per una persona di 75 anni che fatica ad alzarsi da una sedia, allenare quel gesto può avere un enorme valore funzionale. Per un tennista potrebbe essere molto più importante imparare a produrre e controllare forza in situazioni completamente differenti. Per una persona che trascorre otto ore alla scrivania, le necessità saranno ancora diverse. La funzione non appartiene all’esercizio. Appartiene alla persona.

Anche un esercizio semplice può essere estremamente efficace

Un altro equivoco molto diffuso riguarda la complessità. Soprattutto sui social vediamo esercizi sempre più elaborati. Equilibrio su superfici instabili. Elastici. Pesi. Movimenti combinati. Rotazioni. Tutto contemporaneamente. Visivamente sono molto interessanti. Ma un esercizio complicato non è necessariamente un esercizio migliore. Più difficile non significa più utile Quando scelgo un esercizio mi interessa soprattutto una cosa: che adattamento voglio ottenere? Se voglio aumentare la forza, devo creare uno stimolo adeguato alla forza. Se voglio recuperare mobilità, dovrò lavorare sulla mobilità. Se voglio migliorare il controllo di un movimento, devo costruire una situazione nella quale la persona possa realmente imparare a controllarlo. Aggiungere difficoltà senza uno scopo preciso significa semplicemente rendere l’esercizio più difficile. Non necessariamente più efficace.

La semplicità è spesso una scelta, non una mancanza di fantasia

Le mie lezioni sono spesso molto più semplici di quello che oggi si vede sui social. E lo dico senza alcun problema. Non sento il bisogno di inventare continuamente esercizi nuovi per dimostrare qualcosa. Dopo molti anni di insegnamento ho imparato che spesso la differenza non la fa l’esercizio che scegliamo, ma quanto siamo presenti mentre la persona lo esegue. Osservare. Correggere quando serve. Modificare. Fare una domanda. Cambiare una resistenza. Ridurre un’ampiezza. Lasciare invece maggiore libertà quando è possibile. Sono dettagli apparentemente piccoli. Ma è proprio lì che, molto spesso, si trova la qualità del lavoro.

Due persone sullo stesso Reformer non stanno necessariamente facendo lo stesso esercizio

Questo è particolarmente evidente nel Pilates. Immaginiamo due persone che eseguono esattamente lo stesso movimento sul Reformer. Stessa posizione. Stessa sequenza. Visivamente sembrano fare la stessa cosa. Ma una potrebbe avere bisogno di maggiore mobilità. L’altra di maggiore forza. Una potrebbe utilizzare una resistenza per facilitare il movimento. Per l’altra quella stessa resistenza rappresenta il carico da vincere. Le molle non sono semplicemente “più pesante” o “più leggero” Una delle caratteristiche più interessanti del Reformer è proprio questa. Modificare una molla può cambiare completamente il significato dell’esercizio. Più resistenza non significa necessariamente più difficile. In alcuni movimenti una molla maggiore può addirittura fornire maggiore assistenza o stabilità. Ed è qui che la conoscenza dello strumento deve incontrare la conoscenza della biomeccanica. Non basta sapere come si esegue un esercizio. Bisogna capire cosa sta producendo sulla persona che abbiamo davanti.

Lezione di gruppo di Pilates Reformer con tre persone seguite da un istruttore.
Lezione di gruppo di Pilates Reformer con tre persone seguite da un istruttore.

Perché non utilizzo protocolli uguali per tutti

Naturalmente esistono principi, progressioni e repertori. Non dobbiamo reinventare il movimento umano ogni mattina. Ma un protocollo dovrebbe rappresentare una traccia, non una gabbia. Se durante una lezione osservo che una persona risponde diversamente da quanto mi aspettavo, devo poter cambiare strada. Programmare significa anche saper modificare il programma Questo è uno degli aspetti più interessanti del nostro lavoro. Posso iniziare una seduta con un’idea. Poi osservo la persona. Le faccio eseguire un movimento. Qualcosa non mi convince. Cambio una posizione. Modifico una tensione. Ripeto il movimento. E magari ciò che avevo programmato per quella giornata non è più ciò di cui abbiamo bisogno. Non considero questo un fallimento della programmazione. Lo considero parte della programmazione.

Personalizzare non significa fare esercizi diversi per forza

Anche qui c’è un equivoco. Personalizzazione non significa necessariamente che ogni cliente debba avere venti esercizi completamente diversi dagli altri. Due persone possono eseguire lo stesso esercizio. Ma posso modificare: la resistenza; l’ampiezza; la velocità; il numero di ripetizioni; la posizione; il supporto; le indicazioni che fornisco; l’obiettivo dell’esercizio. La personalizzazione è nel criterio È proprio questo il punto. Non serve necessariamente un repertorio infinito. Serve sapere perché stiamo scegliendo un determinato esercizio e cosa vogliamo osservare mentre viene eseguito. Ed è uno dei motivi per cui considero fondamentale la formazione del professionista prima ancora della quantità di esercizi che conosce.

Prima la persona, poi il metodo

Torniamo ancora una volta al Pilates. Il metodo Pilates ci offre un repertorio straordinariamente ricco. Reformer, Tower e gli altri attrezzi aumentano ulteriormente le possibilità. Ma il rischio è invertire il ragionamento. Avere un Reformer davanti e chiedersi: “Quali esercizi posso fare con questa persona?” Io preferisco partire dalla domanda opposta: “Di cosa ha bisogno questa persona e come posso utilizzare il Reformer per aiutarla?” Sembra una differenza minima. In realtà cambia completamente il lavoro.

Esercizio corretto o esercizio appropriato?

Preferisco parlare di esercizio appropriato. Perché “corretto” suggerisce l’esistenza di un movimento perfetto e universalmente valido. Il corpo umano, invece, possiede una straordinaria variabilità. Non dobbiamo trasformare ogni differenza in un errore. Non dobbiamo correggere continuamente ogni centimetro del corpo. Dobbiamo distinguere ciò che rappresenta una normale variazione da ciò che, in quella persona e in quel momento, può essere utile modificare. Anche la tecnica deve avere uno scopo Naturalmente esistono criteri tecnici e situazioni nelle quali la qualità dell’esecuzione è importante. Ma la tecnica non dovrebbe diventare una ricerca ossessiva della perfezione. Deve essere funzionale all’obiettivo. Ancora una volta: perché stiamo facendo questo esercizio? Se sappiamo rispondere a questa domanda, molte delle altre diventano più semplici.

Il vero valore non è conoscere mille esercizi

Dopo più di venticinque anni di lavoro, sono sempre più convinto di questo. Un buon professionista non è necessariamente quello che conosce il maggior numero di esercizi. È quello che riesce a guardare una persona e scegliere quale esercizio utilizzare, in quale momento, in quale forma e con quale progressione. E soprattutto sa quando modificarlo o abbandonarlo. Per farlo servono conoscenza del corpo umano, biomeccanica, fisiologia dell’esercizio, capacità di osservazione ed esperienza. Il repertorio viene dopo.

Pilates Fitness Studio: non cerchiamo l’esercizio perfetto

Nel nostro Studio non vogliamo trovare l’esercizio miracoloso per la schiena, per la cervicale o per la postura. Vogliamo capire quale stimolo può essere utile a quella persona in quel momento. A volte sarà un lavoro di mobilità. A volte di forza. A volte dovremo ridurre una tensione. A volte aumentare significativamente il carico. A volte sarà necessario rendere un esercizio più semplice. Altre volte sarà proprio il momento di renderlo più difficile. Perché il corpo cambia. E con lui deve cambiare anche l’esercizio. L’esercizio giusto in assoluto non esiste. Esiste una persona. Un obiettivo. Un momento. E un professionista che deve saper mettere insieme questi elementi. È lì che l’esercizio smette di essere semplicemente qualcosa da eseguire e diventa uno strumento realmente personalizzato.

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