Rinforzare non è sempre la prima soluzione. Un muscolo può apparire debole o poco efficiente perché inserito in un sistema condizionato da tensioni, rigidità e compensi. Per questo, prima di scegliere gli esercizi, è fondamentale osservare e valutare come la persona si muove.
Rinforzare non è sempre la prima soluzione. Un muscolo può apparire debole o poco efficiente perché inserito in un sistema condizionato da tensioni, rigidità e compensi. Per questo, prima di scegliere gli esercizi, è fondamentale osservare e valutare come la persona si muove.
“Devo rinforzare la schiena.” “Ho gli addominali deboli.” “Devo fare più esercizi per i glutei.” Sono frasi che sento molto spesso quando una persona arriva nel mio Studio. Dietro c'è un'idea apparentemente molto logica: se una parte del corpo non funziona come vorremmo, probabilmente è debole e quindi dobbiamo renderla più forte. Ma siamo sicuri che sia sempre così? Nella mia esperienza, molto spesso la domanda da porsi prima di iniziare un programma di rinforzo è un'altra: quel muscolo è realmente debole oppure non riesce a lavorare correttamente perché il sistema nel quale si trova è condizionato da tensioni, rigidità e compensi? La differenza è enorme. Perché aggiungere forza a un corpo che non ha ancora recuperato libertà di movimento può significare, in alcuni casi, rinforzare proprio lo schema che vorremmo modificare.
Il corpo non funziona come una somma di singoli muscoli
Siamo abituati a pensare al movimento dividendo il corpo in parti. Addominali. Glutei. Dorsali. Quadricipiti. Muscoli cervicali. Ma quando ci alziamo da una sedia, camminiamo, ci pieghiamo o solleviamo qualcosa, il nostro sistema nervoso non ragiona attraverso una lista di muscoli. Organizza un movimento.
Un muscolo non lavora mai veramente da solo
Ogni gesto nasce dalla collaborazione tra numerose strutture. Alcune devono produrre forza. Altre devono stabilizzare. Altre ancora devono permettere sufficiente mobilità affinché quel gesto possa avvenire. Se una parte del sistema è eccessivamente rigida o dominante, altre strutture devono adattarsi. Ed è qui che può nascere un equivoco. Un muscolo che sembra poco attivo potrebbe non avere semplicemente bisogno di essere rinforzato. Potrebbe trovarsi all'interno di un'organizzazione del movimento che non gli permette di svolgere adeguatamente il proprio compito.
Debolezza e tensione possono convivere
C'è poi un altro aspetto che spesso sorprende. Un muscolo può essere teso e contemporaneamente poco efficiente. “Teso” non significa necessariamente “forte”. E “debole” non significa necessariamente “da rinforzare immediatamente”. Un muscolo mantenuto continuamente in tensione può perdere la capacità di modulare efficacemente il proprio lavoro. Per questo, quando valuto una persona, non mi interessa soltanto capire quanto è forte. Mi interessa capire come utilizza quella forza.
Il classico esempio: “devo rinforzare gli addominali”
Prendiamo una situazione molto comune. Una persona soffre di fastidio lombare e le viene detto:
“Devi rinforzare gli addominali.”
È possibile che in alcuni casi sia utile. Ma non può essere una risposta automatica. Prima dovremmo chiederci: Come si muove il bacino? Come si muovono le anche? Qual è la mobilità della colonna toracica? Come respira quella persona? Quali tensioni sono presenti? Come gestisce il carico?
Più addominali non significa automaticamente meno mal di schiena
Se la zona lombare sta già compensando una scarsa mobilità altrove, aggiungere semplicemente esercizi addominali potrebbe non modificare affatto il motivo per cui quel compenso si è creato. Ecco perché non credo nelle formule del tipo: mal di schiena = addominali oppure: ginocchio = quadricipite o ancora: spalle anteriorizzate = rinforzo dei dorsali. Il corpo è più complesso di un'equazione muscolare.
Un altro esempio: le spalle anteriorizzate
Quando osserviamo una persona con le spalle portate anteriormente, una delle strategie più comuni è farle eseguire esercizi per “tirarle indietro”. Si rinforzano quindi i muscoli posteriori e si ripete: “Apri il petto.” “Porta indietro le spalle.” “Stringi le scapole.” Ma cosa succede se anteriormente esistono tensioni importanti che continuano a portare il sistema nella direzione opposta?
Prima di tirare indietro, forse dobbiamo permettere di andare indietro
Questa frase riassume bene il concetto. Prima di chiedere a un corpo di mantenere una posizione diversa attraverso la forza, dobbiamo verificare se possiede realmente la libertà necessaria per raggiungerla. Se quella libertà manca, il rinforzo rischia di trasformarsi in una continua lotta tra gruppi muscolari. Ed è proprio ciò che voglio evitare. Non allenare il corpo contro il corpo.
Tensione muscolare: non significa semplicemente “muscolo corto”
Anche qui è importante non semplificare troppo. Quando parliamo di tensione muscolare non significa necessariamente che esista un muscolo fisicamente “accorciato” che dobbiamo allungare. Il tono muscolare è influenzato da molti fattori e il sistema nervoso svolge un ruolo fondamentale nella regolazione del movimento. Per questo non considero lo stretching una soluzione automatica, così come non considero automatico il rinforzo.
Dobbiamo prima capire perché quella tensione esiste
Una tensione può rappresentare una strategia attraverso la quale il corpo cerca stabilità. Se la eliminiamo senza comprenderne la funzione, non necessariamente otteniamo un movimento migliore. È per questo che osservazione e test vengono prima della scelta dell'esercizio.
Come cerco le tensioni dominanti
Quando lavoro con una persona, parto dall'osservazione. Guardo come sta in piedi. Ma soprattutto guardo come si muove. Utilizzo test funzionali e chinesiologici per confrontare movimenti, mobilità e strategie tra differenti aree del corpo. Cerco di capire dove il sistema presenta maggiori limitazioni e quali tensioni sembrano condizionare maggiormente il movimento.
Poi modifico qualcosa e rivaluto
Questa è una parte fondamentale del lavoro. Se individuo una possibile limitazione, intervengo su quella componente e successivamente ripeto il movimento o il test. È cambiato qualcosa? La persona si muove meglio? Il gesto è più libero? La percezione è differente? La rivalutazione ci permette di capire se la strada intrapresa ha realmente modificato qualcosa. Non dobbiamo innamorarci delle nostre ipotesi. Dobbiamo osservare la risposta del corpo.
Prima ridurre ciò che è eccessivo
Quando individuiamo una tensione dominante significativa, possiamo utilizzare strumenti differenti. Mobilità attiva. Allungamento. Tecniche PNF. MET. Lavoro miofasciale quando appropriato. Reformer e Tower possono essere utilizzati anche in maniera molto diversa dagli esercizi classici del Pilates, permettendoci di modulare assistenza, resistenza e posizione. L'obiettivo non è semplicemente “allungare un muscolo”. È creare maggiore disponibilità al movimento.

Poi vedere cosa succede
Questo passaggio è fondamentale. Non dobbiamo presumere che, una volta ridotta una tensione, tutto sia automaticamente risolto. Rivalutiamo. A volte un movimento migliora immediatamente. Altre volte cambia poco. E questo ci fornisce nuove informazioni. È un processo molto diverso dall'applicazione di un protocollo prestabilito. Il percorso si costruisce attraverso le risposte della persona.
E finalmente arriva il rinforzo
Ridurre le tensioni non significa rinunciare alla forza. Al contrario. La forza è fondamentale per mantenere nel tempo le capacità che abbiamo recuperato. Ma preferisco costruirla su un corpo che dispone di maggiori possibilità di movimento.
Prima libertà, poi controllo, infine forza
La sequenza non deve essere interpretata come una regola rigida valida per chiunque, ma rappresenta bene la logica del nostro approccio: osservazione → valutazione → riduzione delle limitazioni → recupero del movimento → controllo → forza. A quel punto il rinforzo non combatte più contro il corpo. Lo accompagna.

Dove entra il Pilates?
Esattamente qui. Il Pilates offre una quantità enorme di possibilità per sviluppare controllo, coordinazione e forza. Ma ancora una volta il Pilates è lo strumento, non il ragionamento. Non scelgo un esercizio perché appartiene al repertorio Pilates. Lo scelgo perché, in quel momento, possiede caratteristiche utili per quella persona.
Reformer e Tower non sono macchine per eseguire un repertorio
Questo è un concetto al quale tengo particolarmente. Conoscere una lunga sequenza di esercizi sul Reformer non significa necessariamente saper utilizzare veramente il Reformer. Le molle possono assistere un movimento oppure opporre resistenza. La posizione del corpo può cambiare completamente la richiesta. Tower e Reformer possono diventare strumenti per lavorare sulla mobilità, sull'allungamento, sul controllo e successivamente sulla forza. La domanda non dovrebbe essere:
“Quale esercizio Pilates facciamo oggi?”
Ma:
“Di cosa ha bisogno oggi questa persona?”
E soltanto dopo scegliamo l'esercizio.
Perché serve una formazione sul corpo, prima ancora che sul metodo
Ed è qui che torniamo a un tema fondamentale del nostro percorso editoriale. Per utilizzare il Pilates in questo modo non basta conoscere il Pilates. Bisogna conoscere il corpo umano. Anatomia. Biomeccanica. Fisiologia dell'esercizio. Controllo motorio. Valutazione funzionale. E soprattutto bisogna conoscere i limiti del proprio ruolo professionale. Quando emerge una situazione che necessita di valutazione sanitaria, il compito del chinesiologo non è formulare diagnosi o trattare una patologia, ma indirizzare la persona verso il professionista sanitario appropriato. È proprio questa consapevolezza a rendere il lavoro più sicuro.
Il nostro obiettivo non è renderti semplicemente più forte
Al Pilates Fitness Studio naturalmente alleniamo anche la forza. Ma non partiamo necessariamente da lì. Prima cerchiamo di comprendere come il tuo corpo sta utilizzando quella che già possiede. Dove è libero. Dove è limitato. Dove compensa. Dove produce tensione eccessiva. Poi costruiamo il percorso. Perché un corpo più forte non è necessariamente un corpo che si muove meglio. Ma un corpo che si muove meglio e diventa progressivamente più forte possiede molte più possibilità. Ed è esattamente ciò che cerchiamo.
Vuoi capire quale percorso è più adatto a te?
Ogni persona parte da una situazione diversa. Una valutazione iniziale aiuta a orientare il percorso più adatto tra Pilates, piccoli gruppi e sedute individuali.
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Articolo a cura di Stefano Garulli
Chinesiologo, laureato in Scienze Motorie e fondatore di Pilates Fitness Studio Parma. Si occupa di Pilates, postura, movimento e percorsi personalizzati.
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