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Allenarsi e rieducare il movimento non sono la stessa cosa. Scopri perché valutazione, mobilità e controllo possono venire prima del rinforzo.

Allenarsi e rieducare il movimento non sono la stessa cosa. Scopri perché valutazione, mobilità e controllo possono venire prima del rinforzo.

Allenarsi fa bene. Aumentare la forza, mantenere una buona capacità cardiovascolare, preservare la massa muscolare e continuare a muoversi nel corso degli anni sono elementi fondamentali per la nostra salute. Ma allenarsi e rieducare il movimento non sono la stessa cosa. È una distinzione che considero particolarmente importante perché molte persone arrivano nel mio Studio pensando che, per stare meglio, sia sufficiente trovare gli esercizi giusti. “Devo rinforzare la schiena.” “Devo fare Pilates per la postura.” “Mi hanno detto che devo potenziare il core.” In realtà, prima ancora di decidere cosa allenare, in alcune persone è necessario capire come il corpo sta già utilizzando le proprie risorse. Ed è qui che cambia completamente il nostro modo di lavorare.

Allenare significa sviluppare una capacità

Quando ci alleniamo chiediamo al nostro organismo di adattarsi a uno stimolo. Possiamo allenare la forza, la resistenza, la mobilità, la coordinazione o differenti capacità motorie. Progressivamente aumentiamo la difficoltà e il corpo si adatta. È uno dei principi fondamentali dell'esercizio fisico. Ma c'è una domanda che spesso viene dimenticata: come sta eseguendo quel movimento la persona che stiamo allenando?

Il corpo diventa bravo anche a compensare

Immaginiamo una persona che durante un determinato movimento utilizzi da tempo una strategia compensatoria. Il corpo riesce comunque a eseguire il gesto. Se continuiamo semplicemente ad aumentare ripetizioni, resistenza o carico, possiamo certamente renderla più forte. Ma potremmo anche renderla più efficiente nel suo compenso. Non perché l'esercizio sia sbagliato. Ma perché abbiamo allenato una strategia senza prima chiederci se fosse quella che volevamo consolidare.

Rieducare il movimento significa prima osservare

Quando parlo di rieducazione del movimento intendo qualcosa di diverso. Prima dell'esercizio viene l'osservazione. Come si piega questa persona? Come cammina? Come organizza il bacino? Come utilizza la colonna? Quanto si muovono le anche? Cosa succede quando porta un braccio sopra la testa? Esistono differenze significative tra un lato e l'altro? Non stiamo cercando il movimento esteticamente perfetto. Stiamo cercando di capire quali strategie utilizza quella persona per risolvere un compito motorio.

Un esempio: piegarsi in avanti

Prendiamo un gesto apparentemente banale: flettere il busto in avanti. Due persone possono arrivare con le mani alla stessa altezza e quindi, osservando soltanto il risultato, sembrare ugualmente mobili. Ma potrebbero esserci arrivate in maniera completamente diversa. Una può distribuire bene il movimento tra anche, bacino e colonna. L'altra può utilizzare prevalentemente alcune zone perché altre partecipano molto meno. Il risultato finale sembra simile. La strategia utilizzata per raggiungerlo non lo è affatto.

Uomo solleva una scatola da terra durante un gesto quotidiano.
Uomo solleva una scatola da terra durante un gesto quotidiano.

Ed è la strategia che mi interessa

Se mi limitassi a prescrivere un esercizio sulla base di ciò che vedo alla fine del movimento, perderei gran parte delle informazioni. Per questo utilizziamo osservazione e test chinesiologici. Cerchiamo di capire non soltanto quanto una persona si muove, ma come lo fa.

Rieducare non significa insegnare la postura perfetta

È importante chiarire anche questo punto. Rieducare il movimento non significa correggere continuamente la persona: “Schiena dritta.” “Pancia dentro.” “Spalle indietro.” “Bacino neutro.” Il corpo umano non dovrebbe vivere mantenendo volontariamente una posizione ideale. Come abbiamo già visto parlando di postura, il nostro obiettivo non è costruire una persona che sappia mettersi dritta quando glielo chiediamo. Vogliamo creare le condizioni affinché disponga di più possibilità di movimento.

Più possibilità, meno necessità di compensare

Se una persona possiede sufficiente mobilità, controllo e forza, può scegliere tra molte strategie. Quando invece alcune possibilità vengono meno, il sistema è costretto a utilizzare quelle che rimangono disponibili. È questo il punto centrale. Rieducare il movimento significa cercare di ampliare le possibilità del corpo, non imprigionarlo dentro uno schema considerato perfetto. ## Prima togliere gli ostacoli Nell'articolo precedente abbiamo parlato di tensioni muscolari dominanti. Questo concetto torna inevitabilmente anche qui. Se durante la valutazione trovo una limitazione importante, il primo intervento può non essere un esercizio di rinforzo. Potrei lavorare inizialmente sulla mobilità o sulla riduzione di una tensione eccessiva. Poi ripeto il test.

Il movimento è cambiato?

Questa domanda per me è fondamentale. Intervengo. Rivaluto. Osservo la risposta. Se il movimento migliora, abbiamo ottenuto un'informazione utile. Se non cambia, dobbiamo probabilmente cercare altrove. Questo rende il percorso dinamico e continuamente personalizzato. Non abbiamo deciso in anticipo dieci esercizi da eseguire per le prossime dieci lezioni. È il corpo della persona a darci progressivamente informazioni.

Poi insegnare una nuova possibilità

Una volta recuperata una certa libertà di movimento, arriva una fase molto interessante. Dobbiamo permettere al corpo di utilizzare quella nuova possibilità. È qui che entra in gioco il controllo motorio. Possiamo iniziare con movimenti semplici e facilmente gestibili. Ridurre il carico. Utilizzare un'assistenza. Limitare inizialmente l'ampiezza. E progressivamente rendere il compito più complesso.

Dal movimento assistito al movimento autonomo

Pensiamo a una persona che fatica a organizzare correttamente un determinato gesto. Non necessariamente devo chiederle immediatamente di eseguirlo nelle condizioni più difficili. Posso creare una situazione nella quale il movimento diventi più accessibile. Una volta acquisita quella possibilità, riduco progressivamente l'assistenza. Poi introduco resistenza. Poi aumentano complessità e variabilità. A quel punto stiamo costruendo una capacità.

Ed è qui che allenamento e rieducazione si incontrano

Rieducare il movimento non significa quindi evitare l'allenamento. Al contrario.

L'obiettivo finale è allenarsi.

Vogliamo che una persona diventi forte. Che sappia gestire carichi. Che possieda resistenza. Che possa muoversi liberamente nella vita quotidiana e, quando possibile, praticare le attività che desidera. La differenza è semplicemente nel punto di partenza.

Uomo esegue un esercizio di forza con un manubrio.
Uomo esegue un esercizio di forza con un manubrio.

Prima qualità e possibilità, poi capacità

Nel nostro approccio il percorso può essere sintetizzato così: ascoltare → osservare → valutare → ridurre le limitazioni → recuperare il movimento → controllarlo → caricarlo → allenarlo. Non significa che ogni persona debba necessariamente attraversare tutte queste fasi in maniera rigida. Significa avere una logica che ci permetta di decidere di cosa quella persona ha bisogno in quel momento.

Un esempio molto comune: lo squat

Lo squat è un ottimo esercizio. Ma immaginiamo una persona che durante lo squat presenti una forte limitazione della caviglia. Per riuscire comunque a scendere, il corpo dovrà trovare una soluzione. Potrà modificare il movimento del bacino, del tronco o degli arti inferiori. Potrei correggerla continuamente dicendo: “Stai più dritto.” “Porta il ginocchio qui.” “Non fare questo.” Oppure posso chiedermi:

perché il corpo sta scegliendo quella strategia?

Se recuperiamo parte della mobilità necessaria e lo squat cambia spontaneamente, abbiamo ottenuto qualcosa di molto più interessante di una correzione volontaria. Abbiamo dato al corpo una possibilità che prima non aveva.

E il Pilates?

Il Pilates può essere straordinariamente utile nella rieducazione del movimento. Ma soltanto se smettiamo di considerarlo una successione di esercizi da eseguire. Reformer e Tower permettono di modificare moltissime variabili. Possiamo assistere un gesto. Ridurre il carico. Cambiare la direzione della resistenza. Lavorare sulla mobilità. Utilizzare le molle per fornire informazioni al movimento. E successivamente aumentare la richiesta.

Il Reformer non rieduca nessuno da solo

È importante dirlo. Salire su un Reformer non significa automaticamente fare un lavoro posturale o rieducativo. Una persona può eseguire perfettamente decine di esercizi sul Reformer continuando a utilizzare le stesse strategie motorie che utilizza fuori dallo Studio. Ancora una volta: non è la macchina a determinare la qualità del lavoro. È il criterio con cui viene utilizzata.

Perché il professionista viene prima del metodo

Ed è anche per questo che considero fondamentale la formazione del professionista. Prima di conoscere il repertorio Pilates bisogna essere in grado di leggere il movimento. Conoscere anatomia, biomeccanica e fisiologia dell'esercizio. Saper utilizzare test appropriati. Comprendere quando una limitazione appartiene al nostro ambito di intervento e quando invece è necessario indirizzare la persona verso un medico o un fisioterapista. Il metodo viene dopo. Prima viene la conoscenza del corpo umano.

Non tutti hanno bisogno di essere “rieducati”

Anche questo è importante. Non dobbiamo trasformare ogni persona che entra in uno Studio Pilates in un caso posturale. Una persona sana, che si muove bene e vuole semplicemente allenarsi, deve allenarsi. Non abbiamo bisogno di cercare continuamente qualcosa da correggere. Il nostro compito è anche riconoscere quando non esiste alcuna necessità di complicare le cose. Ma quando sono presenti dolore, limitazioni, rigidità importanti o difficoltà nel movimento, applicare automaticamente un programma standardizzato può non essere la scelta migliore. Prima dobbiamo capire.

Pilates Fitness Studio: il movimento prima dell'esercizio

È proprio da questo concetto che nasce il nostro modo di lavorare: il movimento prima dell'esercizio. Non partiamo chiedendoci quale esercizio fare. Partiamo chiedendoci come si muove la persona che abbiamo davanti. A volte la risposta sarà semplicemente allenarla. Altre volte dovremo prima recuperare mobilità. Ridurre alcune tensioni. Modificare una strategia. Costruire controllo. E successivamente aumentare forza e capacità. Pilates, Reformer, Tower e gli altri strumenti che utilizziamo vengono scelti all'interno di questo ragionamento. Perché il nostro obiettivo non è insegnare a una persona a diventare brava a fare Pilates. È utilizzare il movimento e l'esercizio per aiutarla a diventare più capace di utilizzare il proprio corpo. Ed è una differenza che, per noi, cambia tutto.

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